La guerra che piace alla gauche
Qualcuno sarà rimasto stupito dalla soddisfazione espressa da Pier Luigi Bersani per la decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizza interventi militari in Libia. “Nei limiti della risoluzione dell’Onu noi – ha detto il segretario del Pd – siamo pronti a sostenere un ruolo attivo dell’Italia”. Il pacifismo esibito dalla sinistra in altre occasioni, persino contro la prima guerra all’Iraq, quella per liberare il Kuwait occupato e aggredito, poteva far pensare a una reazione di tutt’altro segno
7 AGO 20

Qualcuno sarà rimasto stupito dalla soddisfazione espressa da Pier Luigi Bersani per la decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizza interventi militari in Libia. “Nei limiti della risoluzione dell’Onu noi – ha detto il segretario del Pd – siamo pronti a sostenere un ruolo attivo dell’Italia”. Il pacifismo esibito dalla sinistra in altre occasioni, persino contro la prima guerra all’Iraq, quella per liberare il Kuwait occupato e aggredito, poteva far pensare a una reazione di tutt’altro segno. Forse, per comprendere il complesso rapporto della sinistra con la guerra, la sua disponibilità all’uso della forza per motivazioni di tipo umanitario (reali o presunte) e il rifiuto di considerare invece gli interessi geopolitici, bisogna andare un po’ indietro nel tempo. Di fronte al dilemma tra neutralità e intervento nella Prima guerra mondiale, la sinistra italiana si divise. Ci fu un interventismo democratico, capeggiato da Gaetano Salvemini, uno riformista con Leonida Bissolati e uno socialista guidato da Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti!, che ebbe all’origine il sostegno di Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti (che si arruolò volontario negli alpini). La maggioranza del Psi restò neutralista, ma i settori più vivaci e gli ambienti intellettuali sostenevano l’irredentismo (il cui leader Cesare Battisti era socialista) in base a principi legati all’autodeterminazione nazionale e non alla politica di potenza adriatica che invece infiammava l’interventismo nazionalista e di destra. Poi, per un lungo periodo, la gran parte della sinistra ragionò di pace e di guerra in relazione e in dipendenza dagli interessi dell’Unione sovietica, e quindi sostanzialmente in opposizione all’America.
Da quando l’Urss è stata sciolta ed è venuto meno lo stato guida, il senso della discussione su pace e guerra nella sinistra italiana sembra tornato quello antico, basato sulla prevalenza di principi generali e talora astratti sulla terrigna ma realistica considerazione delle convenienze. Così l’obiettivo di cacciare Saddam Hussein per determinare diversi equilibri in una zona nevralgica del mondo è stato considerato “imperialistico”, mentre il bombardamento di Belgrado per favorire una banda di tagliagola contro un’altra in Kosovo è apparso come uno strumento indispensabile per l’affermazione di ideali umanitari. Naturalmente, al di là di considerazioni un po’ sarcastiche, si tratta di un confronto che merita rispetto, come lo merita quello, invece demonizzato a sinistra, sulla strategia americana dell’esportazione della democrazia.